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Nunzia Esposito

Concertazione, Personale Fotografica di Nunzia Esposito

Il Laboratorio Fotografico Corsetti e Energia per i Diritti Umani ONLUS presentano Concertazione, Personale Fotografica di Nunzia Esposito, vincitrice del concorso Human, promosso da Energia per i Diritti Umani ONLUS. La mostra, a cura di Eugenio Corsetti e Fabio Benincasa, aprirà al pubblico venerdì 10 marzo 2017, in concomitanza con la pubblicazione del bando del concorso Human per l’edizione 2017, e sarà visitabile fino a venerdì 24 marzo.
In esposizione, oltre allo scatto vincitore, otto immagini, 30x40, del reportage realizzato da Nunzia Esposito in occasione delle riprese del suo documentario-inchiesta sulle vele di Scampia e sul Comitato Vele. Il complesso edilizio napoletano che versa oggi in stato di grave degrado e abbandono è diventato dimora stabile di famiglie che ne hanno occupato abusivamente le abitazioni e gli spazi. Nunzia Esposito ha attraversato quei luoghi per incontrare chi li vive, accogliere le storie personali di ciascuno e fotografare la complessa quotidianità del quartiere.
Per l’edizione 2016, tema del concorso Human è stato Cogliere gli sguardi, le espressioni umane e le azioni che esprimono la nuova sensibilità avanguardia della futura Nazione Umana Universale, per immaginare e sognare un mondo senza frontiere in cui siano garantiti giustizia, libertà, democrazia reale, e solidarietà. L’invito ai concorrenti era a cogliere quei piccoli gesti portatori di cambiamenti nella vita di ogni giorno, in contrasto con il mondo attuale in cui la tirannia del denaro e l’individualismo rendono sempre più difficile identificare quel “noi” che dà il senso di collettività e comunità diffuse.
Le opere candidate sono state valutate da una giuria composta da Marco Inglessis, presidente di Energia per i Diritti Umani ONLUS, Francesco Ambrosino, Stefano Esposito, Antonio Politano e Pietro Riccardi, fotografi, insegnanti e giornalisti attivi a livello nazionale e internazionale, e da Rolando ed Eugenio Corsetti, Laboratorio Fotografico Corsetti, che hanno messo a disposizione le proprie competenze e gli spazi per offrire la personale fotografica, primo premio del concorso per l’anno 2016.

Energia per i Diritti Umani ONLUS è attiva dal 1998. In Gambia, Senegal e India opera da anni per la tutela dei Diritti Umani attraverso progetti dedicati alla salute, all’educazione, e all’empowerment femminile, tramite la promozione di sostegno a distanza e volontariato in loco.

Nunzia Esposito (Napoli,1978), studia a Napoli presso la facoltà di Lettere Moderne, indirizzo Storico Artistico per i Beni Culturali. Da circa venti anni opera tra cinema e teatro: appena maggiorenne inizia a lavorare come assistente alla regia presso il Teatro San Carlo di Napoli e, in seguito, come regista e tecnico video in diversi teatri napoletani e italiani e nel reparto regia per il cinema, occupandosi di casting.
Dal 2008 si dedica alla regia di cortometraggi, documentari, spettacoli cine-teatrali, video musicali e videoarte e dal 2011 accompagna questa attività alla fotografia, passione coltivata da sempre.
Negli anni, Nunzia Esposito ha cercato una sua visione del mondo, attraverso persone e luoghi e un’attenzione particolare ai gesti e alle espressioni. Nei suoi viaggi, reali e immaginari, c’è sempre uno sguardo sul presente, sull’attualità del momento vissuto, resoconto del bisogno di sondare quello che si vive e si vede.

Human

Concorso Fotografico "Human"

Nella giornata di domenica 2 ottobre 2016 si terrà la mostra fotografica “HUMAN”, nella quale saranno esposte le 10 opere selezionate dalla giuria del concorso e dal pubblico online.
La mostra avrà luogo presso la Casa della Partecipazione a Roma, in via dei Sabelli 88/a (San Lorenzo), e sarà accompagnata dalla presenza di stand nel piazzale antistante, musica ed interventi sui temi della nonviolenza e dei diritti umani. Data di nascita del Mahatma Gandhi, il 2 ottobre viene infatti commemorata la Giornata internazionale della nonviolenza, promossa dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 15 giugno 2007 e celebrata per la prima volta il 2 ottobre 2007.
Durante la mostra, saranno comunicati i nomi dei vincitori del concorso fotografico e consegnati i premi.

Sonia De Boni

Hamlet,
Sonia De Boni
"Scene da una Fotografia 2016"

La V edizione del concorso fotografico "Scene da una fotografia" è stata vinta da Sonia De Bonis con il progetto fotografico Hamlet - la Prima.
Il progetto fotografico vincitore sarà esposto, dal 9 al 15 giugno, presso gli spazi del Laboratorio Fotografico Corsetti, in Via dei Piceni 5/7 (San Lorenzo) Roma. Giovedì 9 giugno dalle 18.30 alle 21.00 si terrà il vernissage, con aperitivo e degustazione gratuita di prodotti tipici aquilani.
Le foto saranno poi esposte, dal 16 al 30 giugno, presso gli spazi della Quasar Design University, in Via Nizza, 152 - 00198 Roma.
La cinquina di finaliste è completata da Anna Campanini, Serena Gallorini, Francesca Lucisano e Chiara Rainer.
I progetti fotografici dei finalisti sono stati esposti dal 9 al 22 maggio durante il Festival Inventaria, presso il foyer del Teatro Orologio (Piazza Navona).
La giuria ha anche deciso una menzione speciale per Anna Campanini (per il secondo progetto presentato), Tiziano Ghidorsi e Romina Zanon.

Marco Passaro

Soglie, Personale Fotografica di Marco Passaro

SOGLIE, personale fotografica di Marco Passaro a cura di Eugenio Corsetti e Fabio Benincasa, sfida la concezione della fotografia come mezzo di registrazione della realtà, esplorandone i limiti percettivi e concettuali. Si tratta di quattordici coppie di immagini fotografiche che saranno in mostra presso i locali del Laboratorio Fotografico Corsetti, in Via dei Piceni 5/7, dal 13 al 27 maggio 2016.

Nel lavoro di Marco Passaro le inquadrature fotografiche divengono altrettante soglie da attraversare entro le quali le immagini ci arrivano distorte, slabbrate, sfocate tramite espedienti diversi. Il tormento della realtà rende irriconoscibili le percezioni, lasciando emergere l’evocazione poetica, il lirismo onirico o l’espressionismo luministico. L’oggetto, quella porzione di realtà che la macchina fotografica dovrebbe o potrebbe registrare per creare un’immagine, un documento, perde la sua identità. SOGLIE mette così in crisi la pretesa oggettività del mezzo fotografico, permettendogli di acquistare un senso nuovo e diverso.

Per Marco Passaro la visione fotografica non può, quindi, prescindere dal filtro esperienziale di colui che osserva. SOGLIE riflette esattamente su quanto il filtro della percezione mentale sia al fondo dell’esperienza della visualità. Le quattordici coppie esposte in mostra intendono restituire questo carattere di individualità e soggettività dello sguardo umano grazie all’accostamento, funzionale a suggerire l’ambiguità dello sguardo. Il dialogo serrato che si instaura fra le immagini stimola, anche grazie ai neri vuoti che le separano, il sorgere di relazioni spontanee, elementi lievi e appena percepibili di continuità sui quali si basa la nostra comprensione del reale.

Marco Passaro (Messina 1987) lascia, giovanissimo, la sua città natale, Messina, per trasferirsi a studiare Storia dell’Arte prima a Siena e poi a Roma, dove attualmente vive e lavora. Durante e dopo gli studi ha l’occasione di fare alcune esperienze presso importanti istituzioni romane, sia pubbliche che private, quali il MAXXI, il Palazzo delle Esposizioni (nei loro dipartimenti educativi) e la galleria Wunderkammern. Tali esperienze saranno fondamentali alla crescita del suo interesse verso l’arte contemporanea e alla decisione di rinnovarsi completamente e dedicarsi alla fotografia. Già appassionato della tecnica, anche grazie a suo padre, avvocato e fotografo a sua volta, frequenta corsi di fotografia prima alla Scuola Romana di Fotografia, poi presso lo Studio Compagnucci. Nel 2015 partecipa al concorso Ombre, indetto dal Centro Sperimentale di Fotografia CSF Adams, dove si aggiudica il terzo posto grazie allo scatto Di notte gli alberi camminano e, nello stesso anno, collabora come assistente per lo Studio Compagnucci. Nel 2016 realizza le immagini di catalogo e un editoriale di moda per Formespazio creazioni artistiche e artigianali in plexiglass.


Testo critico di Alessandro Celani, docente presso University of Alberta e fotografo

SOGLIE: lo sguardo vulnerabile nei dittici fotografici di Marco Passaro


Piuttosto che ai grandi apparati sacri, alle attrezzature medievali di santi e di martiri, alla foglia d'oro, la forma del dittico riconduce alla dimensione nascosta della tasca, della bisaccia sdrucita, all'andirivieni delle mani fra il dentro e il fuori dei mantelli - che fa presto a farsi un dentro e fuori dell'anima -. All'andatura claudicante del viaggio, che è sempre, nel passato e nel presente, un pellegrinaggio. L'ambivalenza del dittico è poi fatta di altro: della durezza del supporto, di legno intagliato, di inserti di metallo e di borchie, e al contrario della sfarinate superfici d'immagine. Esposta alle polveri, ai grani di varia misura e consistenza, alla pioggia, alle affilate correnti invernali, al freddo e al caldo. Un solido e connesso chiavistello a contegno della fragile apparenza delle cose. Come stanno le palpebre e le ciglia al turgido e labile globo oculare. Ugualmente le macchine fotografiche: apparati solidi, oggi sempre di più "sealed" (sigillati), per racchiudere l'ombra imperfetta di uno sguardo. Il dittico poi, che lo vogliamo o no, è sempre uno specchio. Sia perché esso si porta al volto, come gli specchi, sia perché esso è doppio e ci dimostra il nostro osservare e il nostro essere osservati. E reduplica con la sua stessa forma il nostro essere nel mondo.

Molte di queste cose e altre, che sommerse ci raggiungono per vie di genealogie d'immagini, appaiono in SOGLIE, la serie fotografica di Marco Passaro, oggi a Roma ma nato a Messina. E per questo, piuttosto che il tratto glaciale di Antonello si avverte in esse il disfacimento della luce, e delle materie diverse su cui essa si spezza, della Resurrezione di Lazzaro di Caravaggio. La sua sgraziata eleganza e l'ambiguo movimento verticale, che non si sa s'è un cadere terreno o un levitare nel delirio della visione. Passaro procede per via di schermature, di "soglie" direbbe appunto Luigi Ghirri. Alcune di esse sono fisiche e tangibili: occhiali, specchietti retrovisori, finestre e finestrini, lastre. Alcune più aeree e impalpabili: sovraesposizioni, sfocati, campiture di colore mosse. Per via di Caravaggio vengono di certo in mente molte delle tele di Francis Bacon, autore di trittici ma anche di dittici, e più indietro il tormento dei volti di Pontormo. È nel Francis Bacon intervistato da David Sylvester che si trovano alcune risposte a tanto vaghe suggestioni e domande. E poi, di conseguenza, nel libro su di lui di Gilles Deleuze. Chiede Sylvester se la deformata apparenza dei volti, dei volti cari e amici, non sia piuttosto che un'inconscia ingiuria ai loro danni. No, dice Bacon, non che io volessi, o forse sì non so: non si dice del resto che si uccidono le cose e le persone che si amano?

Ad esempio in "Padre" in cui il volto senza occhiali appare distorto e abbagliato - come se si trattasse d'uno sguardo miope rivolto a sé sulla superficie di uno specchio -, mentre il profilo tagliente con gli occhiali calzati è uno sguardo che si sottrae allo sguardo (viene in mente la Visitazione di Pontormo). O in "Inizio e Fine" dove non resta della vita se non il suo scorrere, il fisico succedersi dei passi, la naturale propensione al gesto vitale - che non ha bisogno di essere imparato, si cammina e basta - piuttosto che la biografia, breve o lunghissima: non più di un abbaglio. La natura procede per insinuazioni, sia in "Attraverso" che in "Giungla", o perfino in "Requiem". Ad essa, ridotta ai margini dalle nostre ingiurie, non resta che spiarci e mostrarsi spiata: nessun cedimento alla calligrafia, al confortevole abbraccio delle superfici foliari, alla possanza dei tronchi. E neppure il sogno degli impressionisti. Ma il sottile pertugio che ci raggiunge inatteso, come una freccia. Uno sguardo vulnerabile e dunque gonfio di "ferite". Sembrano qui potersi richiudere avvolgenti e dentate le valve del dittico. Passaro ci muta in insetti. E ci cattura.


                                                                            Alessandro Celani, docente presso University of Alberta e fotografo

Maria Cristina Madera

Urban Fish, Personale Fotografica di Maria Cristina Madera

Il noto apologo di David Foster Wallace sull’invisibilità della cultura è la perfetta introduzione a URBAN FISH, personale fotografica di Maria Cristina Madera a cura di Eugenio Corsetti, che esplora i temi della street photography cercando di penetrare al di là delle mode culturali del momento. Si tratta di 22 foto bianco e nero, in mostra presso i locali del Laboratorio Fotografico Corsetti, in Via dei Piceni 5/7 a Roma, dal I al 15 aprile 2016.

Sfruttando le possibilità anamorfiche del fish eye, Maria Cristina Madera, ha inquadrato le dinamiche urbane, cogliendo soprattutto la dimensione spaziale del vuoto. Lo sguardo disincarnato della fotografa si muove tra strade e palazzi, come il “pesce anziano” di Wallace, in una serie di immersioni profonde, rivelando come l'estensione urbana sia frutto delle relazioni interpersonali, innescate innanzitutto dal vuoto. Un vuoto che l’amplificazione del fish eye esalta nella sua pienezza. Grazie alla palese artificialità della propria visione, URBAN FISH sposta il focus della street photography dall’istante esistenziale degli individui ritratti alla loro dimensione più propriamente comunitaria. Il vuoto urbano diventa l’unico spazio veramente abitabile della città, la soglia che permette un’infinita apertura all’avventura della visione e del pensiero.

Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: "Salve, ragazzi. Com'è l'acqua?" I due pesci giovani nuotano un altro po', poi uno guarda l'altro e fa "Che cavolo è l'acqua?”
David Foster Wallace – Questa è l’acqua, 2005

Maria Cristina Madera nasce a Roma nel 1972. Intraprende giovanissima lo studio della pittura sotto la guida del Maestro Francesco Vaglica. L'incontro con il fotografo Riccardo Guglielmin nel 1997 le consente di approfondire lo studio delle tecniche fotografiche, in particolare del ritratto. Nel 2002 ai ''Gay Games'' d’Australia è fotografa ufficiale della squadra italiana di nuoto, per la quale realizza tre calendari annuali. Si specializza inoltre nella fotografia di scena, in ambito teatrale e cinematografico, e prosegue lo studio del ritratto. Nel 2006 realizza delle immagini per un musical in collaborazione con la coreografa australiana Leah Howard. Nel 2007 riscuote grande successo di pubblico e critica la sua personale fotografica “Sospesi tra Caos e Pace” presso la Locanda Atlantide di Roma. Sempre a cura del Laboratorio Fotografico Corsetti, nel 2012 espone “Frammenti di Memoria”, ennesima fortunata serie fotografica. La passione per la fotografia sportiva la fa approdare al rugby, sport del quale è grande appassionata, arrivando all'ultimo Torneo “Sei Nazioni”, fino ad accostarsi alla Gyrokinesis, una disciplina che unisce danza, yoga e Tai Chi. Negli ultimi anni una parte della sua produzione fotografica è volta alla documentazione di interventi chirurgici sulle malformazioni cranio facciali, in collaborazione con il Prof. Domenico Scopelliti, Vice Presidente Scientifico della Fondazione Operation Smile Italia Onlus.


Testo critico del Prof. Marco Pacioni

URBAN FISH: le foto di Maria Cristina Madera. La vita psichica della città


È attraverso il mezzo apparentemente più neutrale e inosservato dell’inquadratura che la fotografia ha portato a ulteriore rivoluzione la visualità e l’immagine – rivoluzione che il quadro in pittura aveva inaugurato secoli prima. L’apparente oggettività dell’occhio che guarda e ritrae come se esso fosse affacciato a una finestra si scontra sempre con la convenzione del ritaglio della porzione di reale che resta dentro i limiti quadrangolari della superficie fotografica.

Dal quadro pittorico che mette in soffitta tutte le altre forme che definivano le superfici dipinte, dai polittici alle pale, la fotografia espande a quasi tutti i mezzi della visualità la forma quadrangolare. Gli schermi che guardiamo, attraverso i quali siamo guardati e con i quali quotidianamente interagiamo ricalcano tutti tale format.

La tecnica del fish-eye in fotografia, pur non contravvenendo alla forma fisica esterna del quadro, riesce tuttavia a sottrarre a questo l’immagine fotografica. Qui artificialmente l’immagine acquisisce una dimensione sferica, tridimensionale, paradossalmente più prossima alla realtà della visione cosiddetta naturale. Natura ottenuta da un artificio che appare più innaturale dell’artificio bidimensionale della forma-quadro. Anche in ragione del chiasmo che qui lega natura e arte, la tecnica del fish-eye ottiene risultati particolarmente interessanti quando il soggetto fotografato è la città, come avviene in questa serie di fotografie di Maria Cristina Madera.

Ancora oggi, lo spazio urbano appare visivamente come la modificazione più radicale nell’ambiente. La città costituisce la sottrazione di spazio più evidente alla natura. Edifici, muri, strade, pavimentazioni in alcuni casi riducono la visione di cose naturali quasi a zero. Nel tessuto urbano delle vecchie città europee a volte persino il cielo si vede a scaglie tra le linee continue o fratte dei tetti.

Introdurre la tecnica del fish-eye nello spazio artificiale per eccellenza qual è quello della città produce un effetto anti-straniante. Squadrando l’immagine, la forma-quadro fa sparire la lente, il tramite, i bordi del quadro. Il format della finestra è tanto più efficace quanto più fa entrare la visione dentro l’immagine, facendo dimenticare, per così dire, a chi guarda persino di aver aperto la finestra da cui osserva. I concavi e i convessi prodotti dalla tecnica del fish-eye invece accidentano il processo di immersione visiva nell’immagine. Essi così non solo sono in grado di restituire una misura che differenzia la visione dall’immagine, ma anche soprattutto di stabilire che c’è una distanza tra qualcuno che guarda e ciò che è guardato. Quella presa in esame da Madera è una città viva. Nel senso che vi figurano quasi sempre, direttamente o indirettamente, delle persone. Qui la sua fotografia non è interessata tanto a riscrivere le linee urbane e architettoniche, ma a vedere e quasi a suggerire come queste interagiscono con chi le abita. Queste linee abbracciano oppure respingono o, alternativamente fanno l’uno e l’altro.

In questo senso, esse definiscono paesaggi o scenari sentimentali: l’umano «legno storto» e le curvature convesse e concave dello spazio nel quale l’umano abita. Più che documentare come vedere gli spazi urbani, tenendo presente che c’è una distanza che li deforma, le fotografie di Madera sembrano fornirci volti della città abitata. Il rapporto tra volto e maschera, quando si considera il ritratto, dà vita a una dialettica infinita che trova parzialmente requie soltanto se si pone attenzione, per se stesso, al rapporto di combaciamento e respingimento della maschera sul volto. Analogamente a questo rapporto dialettico, le fotografie di Madera possono essere considerate come ritratti di città, gioco fra maschera e volto di essa. Un ritratto, nel senso tradizionale pittorico e poi fotografico del genere, per essere tale non può mai arrivare al grado zero della caricatura. E al contempo, il ritratto non può essere stravolto oltre la soglia dell’espressivismo perché ciò ne comprometterebbe il riconoscimento. In altre parole, il ritratto deve scegliere di far risaltare sempre alcuni tratti a scapito di altri e lasciare al gioco iper/ipo-visuale del concavo-convesso di suggerirci anche l’immaginabile attraverso quello che effettivamente vediamo. Tale immaginabile dovrebbe far emergere il cosiddetto spessore psicologico di chi è ritratto e quello poetico del ritratto. Sin dalla sua nascita pittorica uno degli elementi fatti risaltare addirittura per identificare il genere del ritratto da altre rappresentazioni iconografiche della persona, è la rinuncia a far combaciare completamente il piano del viso con quello della superficie pittorica o fotografica. Nei ritratti, una parte anche piccola del volto non si mostra, mentre un’altra è più in primo piano del resto.

Tutto ciò che appartiene alla tradizione del ritratto umano, Madera lo adatta alla città attraverso la tecnica del fish-eye. Ritratti urbani che però non vogliono tanto restituirci una presunta essenza nascosta della città. Quelle di Madera sono fotografie non monumentalizzanti. Anzi, al contrario della monumentalizzazione, la sua fotografia qui sembra più interessata a restituirci la città nella sua dimensione quotidiana.

I ritratti che essa ne offre non hanno protagonisti assoluti che spicchino né tra gli elementi architettonici né tra le persone. L’obiettivo principale di queste fotografie è lo stesso aver luogo dello spazio urbano abitato. In tal senso, i ritratti di questo spazio potrebbero essere appropriatamente definiti come note foto-visive della vita psichica della città.


                                                                          Prof. Marco Pacioni, docente USAC-Università della Tuscia e giornalista de Il Manifesto

Scene da una Fotografia

"Scene da una Fotografia"
Concorso Fotografico

Concorso Fotografico - V edizione
SCADENZA BANDO: 24 MARZO 2016
La partecipazione è gratuita. Il tema è libero, in relazione con il mondo del teatro.
È online il bando della V edizione del concorso fotografico “Scene da una fotografia”, organizzato dalla compagnia teatrale DoveComeQuando. Il concorso si propone di far emergere e valorizzare quei lavori fotografici (foto di scena, backstage, ritratti, ecc.) che rivelino un personale approccio all'idea stessa di teatro, che ciascun artista porta con sé, manifestando una propria, definita identità autoriale.
Nel 2016 il concorso conferma una formula consolidata negli ultimi anni. In primo luogo, il contest è completamente gratuito per i partecipanti: nessuna quota di iscrizione è prevista e le domande vanno presentate via email senza costi di spedizione o di segreteria.
Viene inoltre confermata la partnership con il Laboratorio Fotografico Corsetti, dal 1971 punto di riferimento nella Capitale per la stampa analogica e digitale. Le foto per l'esposizione dei finalisti saranno stampate dal Laboratorio tramite stampa chimica (sistema lambda) su carta fotografica formato 30x40, e il progetto vincitore sarà esposto anche nella storica sede del Laboratorio, dal 9 al 15 giugno.
Altrettanto consolidata è la partnership con la Quasar Design University, che ospiterà una esposizione del progetto vincitore dal 16 al 30 giugno, e le mediapartnership di alto livello con Kairos Magazine, Clic.hè e FourZine.
La giuria di qualità quest'anno è composta da Eugenio Corsetti (Laboratorio Fotografico Corsetti), Cosimo Chiarelli (storico della fotografia), Riccardo De Antonis (Quasar Design University), Futura Tittaferrante (fotografa e set designer), e Laura Toro (responsabile del concorso per DoveComeQuando).
Il termine ultimo per inviare i progetti fotografici scade il 24 marzo. I progetti finalisti saranno esposti nel foyer del Teatro dell'Orologio di Roma (Piazza Navona) durante il Festival INVENTARIA2016 dal 9 al 22 maggio, e pubblicati sul sito DoveComeQuando. Il vincitore otterrà in premio la stampa gratuita di 4 fotografie (sistema lambda) su carta fotografica formato 30x40.
Il bando completo è disponibile sul sito http://www.dovecomequando.net/scenedafoto16.htm
Info: scenedaunafotografia@dovecomequando.net Tel. 320-11.85.789, 329-06.53.524

Andrea Amadori

Terre di Confine, Personale Fotografica di Andrea Amadori

Lo sguardo disincarnato e distante dell’obiettivo fotografico esplora le lande desolate dell’estremo Nord del pianeta, penetrando luoghi nei quali la presenza dell’uomo sembra essere nulla più che un remoto ricordo. Si tratta di Terre di Confine, personale fotografica di Andrea Amadori, una sequenza di 26 fotografie analogiche b/n stampate in formato 30x40 che viene esposta presso il Laboratorio Fotografico Corsetti, in Via dei Piceni 5/7, a partire da venerdì 15 maggio. Sono istantanee scattate dall’autore nel corso dei suoi numerosi viaggi che hanno toccato ambienti geografici estremi, come l’Islanda, il Canada, l’Alaska e altri ancora, tutti accomunati dal fatto di essere i remoti avamposti boreali della comunità umana. Terre di confine per eccellenza, i cui limiti sembrano sfidare la possibilità stessa di fissare un ordine visivo logico e antropico. Le tracce dell’umanità non mancano in queste immagini: pali, panchine, relitti, rifugi, capanni, croci... Eppure proprio questi dettagli, inghiottiti dallo splendore algido e feroce di una natura invincibile, alludono a una metafisica incomprensibilità del visuale. Un mistero tangibilmente evidente che l’uomo è costretto ad affrontare quando si confronta con la solitudine e con i propri limiti, invisibili confini ottici e mentali. Le immagini di confine di Andrea Amadori ci trasportano dunque in una dimensione di silenzi avventurosi, una “dissipazione” dell’umanità come nota acutamente il filosofo Gaetano Saccoccio nel suo intervento critico: “quadri d'attimo in definitiva sfregiati da un'entità invisibile che ha qualcosa più del disumano, dove il prefisso "dis" sta ad intensificare maggiormente la sparizione dell'umanezza”.
Stampe ai sali d’argento eseguite dal Laboratorio Fotografico Corsetti

Andrea Amadori
è nato nel 1984 e vive a Roma. Laureato in ingegneria, lavora nel settore delle fonti energetiche rinnovabili. Ha molte passioni, principalmente i viaggi e l’arte, in tutte le sue forme espressive. Appassionato di fotografia sin da bambino, inizia ben presto a praticarla in senso artistico. Per rappresentare introspettivamente le emozioni preferisce la fotografia analogica a quella digitale e in particolare il bianco e nero. Fra i suoi temi preferiti la natura e il mondo che ci circonda, spesso colto in luoghi estremi e in spazi lontani, che gli permettono di coltivare la sua altra passione, quella per il viaggio. Nel 2005, appena ventunenne, viene invitato ad allestire una sua personale intitolata La percezione del nulla, incentrata su un suo viaggio in Mongolia.
Nel 2008, gli artisti del duo Two&New(born) lo chiamano ad unire al loro estro, imperniato sullo studio dei volatili, la sua espressione fotografica nella mostra New angulus ridens, presso l’Istituto Musicale di Alta Cultura “G. Paisiello”, nell’ex Convento di San Michele a Taranto. Negli anni successivi, realizza altre esposizioni personali a Roma, tra cui …Pensami altrove. Una sua intervista è stata pubblicata sulla rivista fotografica on-line Photo&Retouching. Fra i suoi progetti futuri: un reportage notturno con diapositive a colori, in Asia.

http://cargocollective.com/andreaamadori

DISSIPAZIONI di Gaetano Saccoccio, filosofo

«Ma la mia valle, che risalgo, è deserta, […] Non vedrò un viso, non udrò una voce. E mi sembra ingiusto e cattivo. In città ero spettatore, qui io devo vivere. Dove sono andati. Perché sono andati».
(Guido Morselli da Dissipatio Humani Generis, Milano, Adelphi, 1977)

Di tutte queste 26 immagini, sono soltanto 6 scatti a manifestare una quasi annullata presenza del Caso Clinico Uomo, eccetto si direbbe - e non è proprio cosa ovvia - l'umanissima rètina del tipo-fotografo, a sua volta assestata protesi meccanica su cavalletto: occhio velato dietro a un obiettivo comunque manufatto dall'homo technologicus, che inquadra e punta dritto al paesaggio in questa vertiginosa mise en abîme tra Civiltà e Natura.

Dunque abbiamo 6 foto, fugate da un pur irrisorio segno d'attività o intervento più o meno invasivo da parte di qualunque organismo vivente - umano o animale -, che conformano un mondo perduto di ghiacci, montagne innevate, vive foreste d’abeti, tronchi d’albero morto, sulle rive del lago antracite.
Potremmo ben figurarcela quindi come location postumana d’un ipotetico The North a luci di posa appena spente, senza cioè più le imbarazzate e pseudo-illuministiche messe-in-scena del povero bon sauvage Nanook di Flaherty o la tracotante e - bene o mal corrisposta - naiveté dal Grizzly Man di Herzog sino ai fastidiosi fasti blockbuster e al finto ecologismo in imposta ottica Paramount alla Into the Wild.
Ora, segnate o no dall'impronta del passaggio umano, proporrei per tutti e 26 questi paesaggi la definizione di fotografie/monologo nelle quali la voce, pardon, la lente dello sguardo sinestetico del protagonista-fotografo bofonchia - con lucidità di mente e fermezza di mano - una frase amara dal Morselli più desolato: «Andarmene, dunque senza lasciare traccia. Questo mi è parso essenziale».
Eppure, nebulizzata l'umanità oltre i margini, cancellato lo scarabocchio di carne ed ossa come sfrego di matita sulle pagine di neve o di nuvola, proprio da questi rettangoli del mondo esteriore in bianco-acqua/nero-terra, tralinea il soffio d’un respiro a Sistema Zonale di colori ed è la vita intima multidimensionale di colui che ha fissato questi spazi polari (e perché no bipolari?) attraverso la macchina del tempo fotografica.
A proposito del pensare per immagini e dei fogli di nuvole, a parte l’esplicito e dovuto rimando al Padre/Padrone Ansel Adams, per quanto virate in tonalità di bianco-nero-grigio, da queste diapositive scintilla subitaneo alla mente ∞ Infinito di Luigi Ghirri, 365 scatti di cielo, ognuno per quanti sono i giorni dell'anno, corollario inconscio agl’Equivalents di Alfred Stieglitz, foto di nuvole appunto ottenute con un apparecchio Graflex atto alla ottimale focalizzazione dello zenith, che proprio così scarnifica all'osso la - alla fine dei conti - condivisibile Weltanschauung del «caos del mondo e sua relazione con questo caos».
Tuttavia son proprio gl’altri 20 scatti - quelli in qualche modo contaminati dall'intervento dell'essere umano e dalle sue abitazioni per quanto inospitali - son proprio questi insomma i quadri d’attimo in definitiva sfregiati da un’entità invisibile che ha qualcosa più del disumano, dove il prefisso “dis” sta ad intensificare maggiormente la sparizione dell’umanezza.
Una staccionata sfocata nella nebbia a delimitare approssimativi sconfinamenti sul pianeta delle nevi illimitate e accecanti che mettono così alla dura prova anche il più sofisticato filtro di polarizzazione della luce. Il relitto “fuori luogo” d’un aereo a specificare - qualora ce ne fosse urgenza - la genetica opposizione del progresso arrogante ed inorganico della inciviltà post-industriale contrapposta all'universo spontaneo d’una natura autosufficiente anche e soprattutto senza di noi. La rompighiaccio abbandonata su una rena secca e sassosa, che contrappunta quell’altro ambiente aereo coi vapori dei geyser su superficie di fango lunare che ambiguamente si mostra pure come un’apnea di macerazioni boreali.
Cubi d'abitazioni (abitate?) coi tetti d’erba e di legno lavorato o scoperchiati (inabitate!) a subire un soffitto cinereo di nubi all’uranio liquido.
Carcasse d’automobili e uno school bus fantasma che assieme alla scritta Maligne Lake sulla boat house – s’evince una località turistica durante la stagione buona -, proiettano verso ancor più minacciose prospettive hitchcockiane dove però non ci son più né giovani innocenti né caccie a ladri o fuorilegge, né tanto meno uccelli assassini e se c’è da qualche parte un lago ridente questo è ormai sepolto dalla neve, almeno per un istante - quello dello snapshot - che durerà cartier-bressonianamente ab aeterno.
Avventurati sulle geometrie non-euclidee di quest'arcipelago di rappresentazioni, avviene ad un certo punto l'indicazione stradale a un posto impronunciabile, impilata in un tumulo di sassacci come fosse la sepoltura futuroprossima di colei o colui che sta lì fisso ad osservare questo habitat oggettivo che non prevede punto soggetti alcuni, osservatori o osservati essi siano. Difatti ecco il ponticello sull’acqua lacustre che direziona sul nessun luogo pedemontano eventuali Dead Men di passaggio, così pure le obbligatorie 4 croci bianche utili all'effetto finale di un piano sequenza di John Ford, artigiano del Western, o addirittura emerse con freudiana forza espressionista dal Nosferatu di Murnau.
Punto di fuga e d’osservanza privilegiato, una panca vuota possibilmente adatta a meditazioni di Zen settentrionale, appoggiata su un canyon che è già a sua volta anfiteatro montagnoso ed embrione geologico, affacciato sugl’abissi trompe-l'oeil del cosmo aurorale… a Nord di nessun Sud.

Vito Frangione

Una Caro, Personale fotografica di 
Vito Frangione

Tre coppie, tre diversi orientamenti sessuali, tre giorni, un solo letto: il risultato è Una Caro di Vito Frangione, una serie di 20 fotografie analogiche B/N, stampate su formato 30x40, che viene esposta presso il Laboratorio Fotografico Corsetti, in Via dei Piceni 5/7, a partire da venerdì 17 ottobre, con il patrocinio del Circolo di Cultura Omossessuale Mario Mieli.

Una Caro vuole indagare la condizione umana nella sua dimensione più atemporale e sacra, quella del rapporto sessuale. Il titolo allude provocatoriamente al Codice di Diritto Canonico che, nel canone 1061, riprendendo il Vangelo secondo Matteo, spiega in latino come i coniugi siano destinati a divenire “una caro” cioè “una carne sola”. L’espressione intima dell’eros nella coppia è da sempre una liberazione dai limiti che segnano la condizione di solitudine di ogni individuo. In un periodo in cui, particolarmente in Italia, diventa urgente il problema del pari riconoscimento per le unioni di fatto e il matrimonio omosessuale, le immagini di Frangione vogliono spingere gli spettatori, tramite la trasgressione voyeuristica dello sguardo fotografico, a riflettere sull’indefinitezza e sull'inafferrabilità del desiderio, espresso puramente tramite l’unione dei corpi. «Il sesso è uguale per tutti» sottolinea a questo proposito il fotografo «non per le modalità, ma per l’essenza. Non ci sono regole. È il momento in cui il giudizio si annienta e l’uomo torna alla sua condizione naturale. Il genere, il colore, rimangono fuori, nella ragione del mondo esterno». Una Caro, partendo da queste considerazioni, investiga l’atto sessuale mediante il dettaglio, che diventa il mezzo perfetto per descrivere in modo immersivo e al tempo stesso distaccato la purezza espressiva del desiderio. Non importa se lo sguardo della camera inquadri corpi maschili o femminili. Ciò che unisce queste carni, coinvolgendo lo sguardo dello spettatore, è la sacralità del desiderio e la sua necessità di esprimersi nella maniera più piena, al di là delle costrizioni sociali. Come sottolinea giustamente l’antropologa Daniela Peruzzo nell’intervento critico che accompagna le foto: “I corpi ritratti da Frangione inducono lo spettatore ad esplorare quella regione enigmatica e buia abitata dall’erotismo dove, assieme alla parola, anche la ragione, con le sue logiche viene meno, lasciando spazio a ciò che sfugge al discorso: alla nostra parte folle.”
Stampe ai sali d’argento eseguite da Rolando ed Eugenio Corsetti presso il Laboratorio Fotografico Corsetti.

Vito Frangione è nato a Bari nel 1983, ma ha vissuto a Venosa (PZ), un piccolo paese alle pendici del Vulture, in Basilicata. A 19 anni si trasferisce a Roma per frequentare l’Istituto Europeo di Design e comincia a lavorare come motion designer. Nel corso degli anni si avvicina al mondo del cinema e della fotografia tradizionale. Nel 2012 diventa socio fondatore dello studio creativo MadeOn, un collettivo di registi, designer, producer, animatori 2D/3D e fotografi.


Testo critico di Daniela Peruzzo

Eros e Sacro nelle fotografie di Vito Frangione


Del sesso si parla più di ogni altra cosa. Continuamente mostrato, detto, spiegato, definito fin nei più minuti dettagli, rintracciato nei corpi come fattore determinante delle biografie degli individui, identificato come il luogo ultimo delle verità del singolo, il sesso si trova al centro di un’immensa prolissità. Come suggeriva Michel Foucault, “quel che è caratteristico delle società moderne non è che abbiano condannato il sesso a restare nell’ombra, ma che siano condannate a parlarne sempre, facendolo passare per il segreto.” Sollecitati da una sorta di imperativo morale alla confessione, convinti di non dirne mai abbastanza, che l’essenziale ci sfugga sempre, che nascondiamo per inerzia o sottomissione una qualunque evidenza, finiamo per fare della nostra stessa sessualità un discorso permanente. Eppure tali discorsi non hanno niente di liberatorio e tantomeno di eversivo. Alla luce dell’analisi foucaultiana, infatti, alla sessualità non è possibile guardare come ad una pulsione incontrollabile e trasgressiva dei codici culturali. Piuttosto dobbiamo concepirla come un dispositivo storico, in grado di trasformare ogni atto, ogni desiderio, ogni sensazione in oggetto di conoscenza, in campo del sapere, in materia da disciplinare.


Questo è il motivo per il quale il sesso ha smesso di inquietarci davvero. Meticolosamente normato, fin nelle sue espressioni più eccentriche e polimorfe, esso ha perso contatto con quella dimensione del numinoso, del tremendum et fascinans propria dei fenomeni che riguardano il mistero della vita umana e che ci chiamano su quel piano ambivalente in cui “tutto appare nella sua costitutiva duplicità, senza alcuna possibilità di rifugiarsi nella pretesa monoliticità di parole e cose” (Umberto Curi). Ed è per questo che abbiamo nostalgia dell’erotismo: perché esso è quel luogo ove una cosa è sé stessa ed il suo contrario, dove è possibile superare i limiti dell’individualità dissolvendo con essi quelle forme della vita sociale, disciplinata, che formano l’ordine discontinuo delle nostre individualità definite.


Eppure le fotografie di Vito Frangione lasciano nello spettatore una sensazione di indefinibile e affascinante turbamento. Io credo che accada non per quello che dicono ma per quello che tacciono. Tramite la tecnica del frammento, l’autore mostra l’atto sessuale senza svelare interamente il genere e l’orientamento sessuale dei partner coinvolti. Ecco che il gioco delle regole sociali, impegnato in un’opera incessante di strutturazione ed ipostatizzazione delle identità, viene preso in scacco, restituendo all’eros la propria dimensione sacrale. Ora, che tutto non possiamo sapere, che tutto non possiamo dire, siamo pronti ad accedere all’amore che emerge solo quando il linguaggio collassa. È nell’impossibilità di dire che gli amanti sperimentano la forza della propria passione, come scopre Platone nel Simposio; è perché hanno cose da dire che non riescono a dire che vogliono stare insieme per sempre. Ed è l’unione delle carni forse il tentativo più struggente di intendersi al di là del linguaggio. I corpi ritratti da Frangione inducono lo spettatore ad esplorare quella regione enigmatica e buia abitata dall’erotismo dove, assieme alla parola, anche la ragione, con le sue logiche viene meno, lasciando spazio a ciò che sfugge al discorso: alla nostra parte folle. È qui che abita il nostro essere più profondo. Occorre ricordare che se dal punto di vista razionale siamo tutti uguali, perché condividiamo le regole del logos create proprio per consentirci la comprensione reciproca, ciò che ci distingue è proprio la qualità della nostra follia.


Ed allora si comprende perché così scarsa importanza abbia se a far l’amore siano due donne, due uomini, o un uomo e una donna. Per tutti la posta in gioco è la stessa: la possibilità di accedere alla propria dimensione folle, la possibilità di entrare, attraverso l’altro, in uno stato atopico, fuori dal luogo dell’Io in quella zona dell’essere che ci costituisce nella nostra differenza.


Dunque, la follia e l’eros sono una cosa seria perché ci permettono di essere noi stessi, al di fuori delle regole culturali e razionali che rendono possibile la vita comunitaria. Ma, affinché la nostra essenza più profonda sopravviva all’ombra del sole della ragione, follia e eros non vanno, spiegati, enunciati o rispettati, vanno venerati.

Francesca Romana Guarnaschelli

Promessa Terra, Personale Fotografica di Francesca Romana Guarnaschelli

Promessa Terra di Francesca Romana Guarnaschelli, già premiata da grande successo a FOTOGRAFIA - Festival Internazionale di Roma XII edizione e al MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, sbarca finalmente a Napoli, teletrasportandosi negli affascinanti spazi dell’Armeria, laboratorio permanente delle arti visive nato in seno alla comunità dei lavoratori dello spettacolo e dell’immateriale de l’Asilo, in vico Giuseppe Maffei 4. La mostra, curata da Eugenio Corsetti, sarà ospitata fino al 12 ottobre nei fantastici saloni dell’antico edificio cinquecentesco dell’Ex Asilo Filangieri che si erge dietro San Gregorio Armeno. Promessa Terra, in valida collaborazione con l’associazione culturale ArCANa | Archivio Corrente degli Artisti Napoli, porterà così nel cuore del popolare quartiere San Lorenzo le suggestioni di un’invasione aliena che può proiettarci in un remoto futuro oppure essere già avvenuta. La mostra si arricchirà di una serie di eventi multimediali che comprenderanno il concerto di apertura della human-robot band Cobol Pongide, prima assoluta nella città partenopea, un finissage con mini-rassegna di film di fantascienza e intervento critico di Roberto Cerenza.

Promessa Terra
è una serie di 15 fotografie formato 40x50 B/N (tutte scattate e stampate con tecniche analogiche) che indagano il reale, radicalizzando l'ipotesi di un futuro possibile, attraverso una chiave di lettura ispirata alla fantascienza: come in “Ultimatum alla Terra” (Robert Wise, 1951) l’autrice Francesca Romana Guarnaschelli presagisce un cambiamento inevitabile. L’alienazione umana, come ne “L’uomo che cadde sullaTerra” (Nicolas Roeg, 1976), è dràma silenzioso del progetto e i simboli, come i filtri visivi di “Essi vivono” (John Carpenter, 1988), svelano una letturaaltra. La Terra è un luogo di arrivo, non di partenza. È terreno fertile di nuovi eventi. La colonizzazione aliena non implica una visione negativa del cambiamento, ma simboleggia la causa di un collasso. Come scrive Andrea Attardi nel testo critico della mostra: “Spesso queste fotografie sono volutamente ambigue nel ricostruire l’immenso labirinto fantastico che è il luogo dell’irrazionale, dell’afflizione o della speranza”. L’ambientazione negli spazi neo-utopici dell’Ex-Asilo valorizza ancora di più le suggestioni metafisiche del progetto.
Stampe ai sali d’argento eseguite da Rolando ed Eugenio Corsetti presso il Laboratorio Fotografico Corsetti.
Francesca Romana Guarnaschelli (Roma, 1983) si è diplomata presso l'Istituto Europeo di Design. Dal 2007 collabora con il Laboratorio Fotografico Corsetti. Nel 2008 cura la parte fotografica del progetto editoriale sui mercati rionali di Roma, “Roma, casa e bottega”, edito da Ed/Archi’s. Fotografa ufficiale della prima edizione della Festa dell’Architettura di Roma del 2010. Fotografa di scena musicale per la Grinding Halt. Fotografa di scena del film “Space Metropoliz” di Fabrizio Boni e Giorgio de Finis.Espone a maggio del 2010, nel quartiere Trastevere di Roma, una selezione delle immagini di scena per il documentario “Robaccia Rubbish” sull'artista Fausto Delle Chiaie. A ottobre dello stesso anno la personale fotografica “Prima che cali il sipario…” è curata dal Laboratorio Fotografico Corsetti. Espone a maggio del 2012 al MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove. Ad ottobre 2013 il suo progetto, “Promessa Terra”, è selezionato per il circuito di FOTOGRAFIA - Festival Internazionale di Roma XII Edizione, esposto allo Spin e al Laboratorio Fotografico Corsetti. Successivamente, il 22 giugno 2014, partecipa all’happening collettivo d’arte “eMAAMcipazioni” presso il MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove.


Testo Critico di Andrea Attardi, docente di Fotografia Accademia di Belle Arti di Roma e fotografo


C’è qualcosa di struggente, nella fotografia di Francesca Romana Guarnaschelli. Come una lieve ferita dell’anima, il suo bianco e nero analogico poroso e materico rifugge dalle rigide regole tecniche del nitore assoluto e della definizione esasperata. Ma introduce lo spettatore in un territorio onirico, per questo devastante e fuori controllo dal razionalismo al quale si è sempre abitualmente ricondotti. Le sue visioni e apparizioni di “Promessa Terra”, lascerebbero a prima vista pensare a una nostalgia per i nostri avi cosmici per eccellenza o a futuri congiunti magari alieni, nei quali proiettiamo noi stessi e l’enigma della vita, dalle sue origini al futuro che rintracciamo nel percorso di kubrickiana memoria.


    Come un mondo che vuole esplorare e dare forma ad altri mondi possibili, dove forse potremmo sviluppare un’esistenza nuova rispetto a quella nostra contemporanea? Universi preistorici esplorati da un futuro lontanissimo, dove le strutture altamente tecnologiche appaiono segni di una modernizzazione che ha depauperato l’essenza originaria del vivere? Oppure rifugio e protezione, dove trovare conforto per brevi attimi nei luoghi immaginari dell’arte?


Spesso queste fotografie sono volutamente ambigue nel ricostruire l’immenso labirinto fantastico che è il luogo dell’irrazionale, dell’afflizione o della speranza. Se immaginiamo di girovagare all’interno di queste immagini, infatti, ci troveremmo in mondi splendidi e consolatori ma anche disperanti al tempo stesso.


    I percorsi dell’autrice mostrano la contraddizione delle cose che possono essere estremamente negative e positive insieme, perché l’arte in sé deve comunque creare problemi. Queste atmosfere bloccate, sature di elementi indecifrabili, a volte geometrici e minimali, denunciano il rifiuto della realtà a favore della “Promessa Terra” immaginata dall’artista, contro il rigido schematismo delle tradizionali regole accademiche. Quindi l’arte proclama, in questo caso, le virtù dell’inconscio, del fondo d’oro dentro il quale la creatività non è ancora raggiunta dal conformismo fotografico tanto diffuso anche a causa della standardizzazione dello sguardo tecnico-digitale. Positiva regressione questa, verso la parte più nascosta e inesplorabile di noi dove, seguendo una sorta di scrittura automatica, si ricrea il sogno di mondi in cui vertigine e desiderio sono l’utopia indicata e suggerita.


La società ha sempre combattuto sogno e chimera a favore di logica, ordine e “buon senso”: principi che ingabbiano l’essere umano. L’immaginazione, dunque, regina delle facoltà, riprende i suoi diritti per entrare nell’universo del meraviglioso. In alcune fotografie emergono elementi giocosi che ammiccano a riferimenti di un ludico E.T. o alter ego alieno. E’ il desiderio di proporre un gioco in cui la fantasia si dipana per riempire il vuoto di un’esistenza da sempre alla ricerca di altre entità possibili.


    L’ispirazione alla filmografia di fantascienza, originaria a questa serie di opere, è comunque superata dal linguaggio fotografico. Cifra oggi ardua e difficilissima, per ricercare e trovare uno stile personale differente dalle mode. L’autrice ha la potenzialità di acquisirlo, in quanto il suo tipo di sperimentazione rivela maggiori informazioni circa la sua sensibilità di fotografa, più di quanto si possa supporre. Cosa che ad esempio non accade quasi mai con il reportage, il quale raramente evidenzia interpretazioni originali e soggettive del fotografo e non restituisce al fruitore l’eventualità di inventare, attraverso opere poetiche e aperte, un’infinita serie di altre possibilità creative.


    In secondo luogo la fotografia di Francesca Romana Guarnaschelli risiede a pieno titolo in quel grande e complesso magma che è la fotografia al femminile; sempre d’avanguardia ed eretica, al contrario di quella maschile non ha mai voluto “dimostrare” la realtà a tutti i costi, ma ha sempre cercato di “suggerire” altre percezioni, scavando più nell’insondabilità dell’anima e nelle pieghe recondite dell’istinto. Come in “Promessa Terra”, dove la potenza evocativa dell’enigma si unisce alla ricerca di un anelato altrove.

Enrico Nicolò

Oltre il visibile: Enrico Nicolò

L’obiettivo di Nicolò punta verso ciò che non si vede. Un invito multimodale allo sguardo, per spingersi oltre il visibile, più in là dell’orizzonte, dello spazio e del tempo, dell’esplicito rappresentato, in direzione dei simboli, verso i significati impliciti.
La tensione è spirituale, escatologica. Come in una narrazione o in un viaggio concettuale, interiore ed esistenziale. In una quieta bellezza. Le fotografie della prima sezione presentata nel libro sono immagini di paesaggio, in cui l’individuo non compare, ma la sua assenza parla del suo passaggio, rivelato dai segni antropici presenti. Nella sezione Paesaggio e persona ritorna la figura umana, solitaria, senza volto, silenziosa, immersa nell’enigma esistenziale.
È questa una presenza fortemente simbolica, il cui significato è codificato di volta in volta, in relazione alla postura, all’azione, all’atteggiamento, all’abbigliamento e allo scenario circostante. Ne scaturiscono quattro tipologie di rappresentazione o messa in scena, corrispondenti ai quattro temi fotografici presentati in questa seconda sezione del volume: Solitudine del viandante del tempo, Oltre l’infinito sublime, Oltre il caos, Tempora et horae.

Annarita Curcio, nell’Introduzione generale, scrive: «Quelli di Nicolò sono paesaggi mentali, ideali, archetipici, e le didascalie, spesso molto significative, confermano questa attitudine, infatti esse non ci indicano mai un luogo preciso, giacché questo sarebbe del tutto fuorviante. Il fotografo predilige i campi lunghi, per usare un termine dal gergo cinematografico, le vedute ampie in cui, e non sorprende, le tracce della presenza dell’uomo sono pressoché inesistenti».

E ancora:
«Di fronte all’incedere inesorabile del tempo, al dolore del divenire, nonché allo stato mortale dell’uomo, Nicolò oppone il rimedio teologico-metafisico. Ancora una volta le sue parole ci giungono in aiuto, ecco infatti cosa scrive a tal proposito: “Sebbene lo spazio sia talora angusto, perché il passare del tempo rende stretta la strada, è l’infinitudine a imporsi”. Dunque, per salvarsi dal “gioco” terribile e reo del divenire, egli con le sue immagini, sempre ben congegnate, si apre definitivamente alla dimensione dell’infinito, cioè dell’eterno, dell’immortale, dell’immutabile»

Margherita Figurelli

3 ex 4, Personale Fotografica di Margherita Figurelli

"Raccontare una storia attraverso la fotografia spesso risulta complicato, ancor di più se è la storia della propria casa." (M.F.)
 Il Quarto Municipio di Roma, ora divenuto Terzo, è un territorio prevalentemente collinare lambito alle sue estremità dal Tevere e dall’Aniene. L’area è costituita da vasti aggregati urbani tra cui Montesacro, Bufalotta, Conca d'Oro, Colle Salario e Settebagni. All’urbanizzazione di questi centri si contrappongono zone rurali, in gran parte comprese nella Riserva Naturale della Marcigliana, la seconda per estensione della Capitale.
Margherita Figurelli vive da 13 anni in questo municipio. Racconta che 13 anni sono pochi per comprendere quest'area nella sua interezza. Margherita ama il proprio territorio, si sente parte integrante di esso, lo considera Casa.
3 ex 4 è la visione molto personale dell'autrice: attraverso l'uso della pellicola bianco e nero ci racconta con sorprendente lucidità la storia contemporanea di un Municipio in continua evoluzione e mutamento. Le immagini di Margherita, dettate da imposizioni tecniche, seguono l’estetica didascalica e pseudo-scientifica della scuola di Düsseldorf, specializzata nella paesaggistica distaccata e descrittiva. Lo studio del territorio è meticoloso e dettagliato, spoglio di interazione umana, salvo le strutture industriali e abitative che si intravedono in lontananza o che talvolta si presentano in tutta la loro imponenza.
Il progetto, basato sull’osservazione e non sul giudizio personale, propone documenti “oggettivi” dell'odierno che con il passare del tempo guadagnano valenza storica. La Casa di Margherita è un luogo incalzato dall’ampliamento costante di una metropoli che, a passi felpati, si espande verso le proprie province, mutando inevitabilmente la conformazione di tutto ciò che la circonda.

Fabio Schifino

Tigri senza Artigli, Personale Fotografica di
Fabio Schifino

"Fotografare è una maniera di vivere. Ma importante è la vita, non la fotografia. Importante è raccontare. Se si parte dalla fotografia non si arriva in nessun altro posto che alla fotografia". Ferdinando Scianna (1943), fotografo

Il Laboratorio Fotografico Corsetti inaugura la sua prima mostra del 2013 con il lavoro “Tigri Senza Artigli” del fotografo romano Fabio Schifino. Con 20 stampe analogiche, in formato 40 cm x 50 cm, l'esposizione mostra le esperienze dell'autore durante un lungo viaggio attraverso le latitudini tropicali della Birmania, della Tailandia e dell’Indonesia. Interamente scattato in pellicola bianco e nero 35mm, Schifino realizza il progetto secondo lo stile e i canoni documentaristici, avvalendosi della metodologia e della visione pura dei precursori e padri del fotogiornalismo del XX secolo. Il risultato è una descrizione minuziosa di incontri, percorsi e territori. In questi luoghi, dove il monsone detta il ritmo di ogni giornata, il delicato equilibrio tra gli esseri umani e la natura agisce come variante ineludibile e predominante, sia per il visitatore estraneo che per la popolazione locale. L’approccio di Schifino all’ambiente circostante è caratterizzato da rispetto e da incanto. Il punto focale del lavoro viene contraddistinto dalla duplicità costante della persona e del paesaggio, spesso un insieme di entrambi questi due elementi, che si alternano, amplificando così il ruolo della natura, forza indomita che tiene tutti noi nel suo fragile abbraccio.

«Vi sono popolazioni che appartengono alla terra, tenute insieme da un legame stretto e imprescindibile fatto di piccole cose, di quotidianità, di sorrisi, di curiosità e di armonia. Tutto questo non è mai in contrasto con la natura indomita, la madre di tutte le cose che viene lasciata libera di agire senza artigli». (Fabio Schifino)
Fabio Schifino nasce a Roma nel 1968 e tuttora vive nella capitale che rimane la base da dove partire per i suoi numerosi viaggi. Schifino inizia la sua carriera fotografica nei primi anni 90, specializzandosi in fotografia subacquea. In seguito spinto e trasportato da eventi naturalistici inizia a viaggiare a lungo visitando Africa, Australia e America (per citare alcune destinazioni). “Tigri Senza Artigli” e’ il primo passo di una nuova direzione e di un’affinità con la fotografia documentaristica che Schifino intende esplorare nei suoi prossimi viaggi e lavori.

Andrea Attardi

Breviario Siciliano,
Presentazione del libro fotografico di Andrea Attardi 

Una Sicilia insolita e per certi versi inspiegabile, quella di Andrea Attardi.
Una raccolta di 63 immagini bianco/nero lungo l’arco di venticinque anni, dal 1984 al 2009, in un viaggio ininterrotto nelle nove province dell’isola.
«La sperimentazione sistematica di immagini essenzialissime del Breviario Siciliano» secondo Diego Mormorio, storico e critico fotografico «conducono in una Sicilia dove sembra che lo spettacolo sia stato momentaneamente sospeso».
Ma, in una quasi totale assenza di “suoni”, le fotografie di Attardi rimandano apertamente a decenni durissimi per il meridione: indigenza, finto lavoro, silenzi imposti, delitti e malversazioni senza fine.
«Attraverso il gusto per la selezione e la nitidezza del particolare» sottolinea il direttore della casa editrice POSTCART, Claudio Corrivetti «quello del fotografo emerge come uno sguardo appartato e atemporale che obbliga a dialogare con il passato, un passato ancora radicato nel presente, che non deve essere dimenticato».

Andrea Attardi (Roma 1957) ha insegnato Tecnica della Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Palermo dal 1984 al 1995. Attualmente è docente ordinario di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 2003 pubblica il saggio “Buenos Aires ora zero” (Ed. Desiderio & Aspel) sulla vita e la storia più recente della capitale argentina. Le sue immagini sono state pubblicate in numerosi volumi ed esposte in gallerie e musei nazionali ed internazionali. 

Il Laboratorio Fotografico Corsetti rappresenta la naturale prosecuzione del Laboratorio Fotografico Bassi e Corsetti, fondato nel 1971, per anni punto di riferimento per i professionisti italiani e stranieri. Il laboratorio è anche uno spazio espositivo e polifunzionale dove vecchie e nuove generazioni della fotografia possono incontrarsi e confrontarsi con workshop, mostre e conferenze.

Postcart Edizioni nasce dall'iniziativa del fotografo Claudio Corrivetti che ha voluto così concretizzare la sua idea di creatività, sviluppando attraverso il disegno e la fotografia diversi prodotti come biglietti, cartolina, segnalibro e sopratutto libri fotografici. Attenta ai temi sociali e ai nuovi talenti, la casa editrici ha oggi un vasto catalogo di libri, tutti curati con la stessa precisione e un'attenzione particolare alla qualità del progetto.

Intervengono insieme all'autore
Diego Mormorio - Storico e critico fotografico
Claudio Corrivetti - Direttore casa editrice POSTCART
Rolando Corsetti – Stampatore fotografico e docente IED

Enrico Nicolò

Oltre il  Caos,
Personale Fotografica di  Enrico Nicolò

Venti fotografie in bianco e nero analogico, a carattere esistenziale e meditativo. Tra il malinconico e l'ironico, l'allegorico e il paradossale, il surreale e l'onirico, il fotografo artista Enrico Nicolò propone uno spiazzante e solitario percorso concettuale teso a suggerire la ricerca del nuovo e il recupero dell'inosservato, del trascurato e del perduto. Uno sguardo diverso, essenziale nella sua semplicità simbolica che, attraverso istanti prolungati e scenari rarefatti e sospesi, invita al distacco dalle turbolenze contingenti, indicando una dimensione più umana e, al tempo stesso, spirituale. Immagini concettuali, liriche, romantico-contemplative, con rimandi ad atmosfere irrealistiche e vagamente malinconiche vicine alla lezione e alla visionarietà cinematografiche di maestri del sorriso dolce-amaro, quali Charlie Chaplin e Buster Keaton. 


Enrico Nicolò è nato e vive a Roma. Ricercatore scientifico, scrive racconti, poesie e pensieri ed è un appassionato di cinema. Dal 2001 i suoi scritti compaiono su “La Voce - Periodico abruzzese”, dove, dal 2009, pubblica e commenta sue fotografie in bianco e nero nella rubrica “Fotopaesaggi dell’animo”.

Servizi, articoli e portfolio sono apparsi su quotidiani e riviste di cultura e su molte delle principali riviste di settore. Nel 2010 ha esposto la mostra fotografica personale “Impressioni d'Abruzzo - Fossacesia: fotogrammi interiori”.

Nel 2011 il portfolio “Orizzonti” è stato selezionato nell'ambito del concorso artistico di fotografia contemporanea “Progetto P” ed esibito nella relativa rassegna collettiva. Il suo sito è: www.enriconicolo.it


Maria Cristina Madera

Frammenti di  Memoria, Personale Fotografica di
Maria Cristina Madera

Cultura è ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto. (Burrhus F. Skinner)
Se c’è un’arte che più di tutte ha subito i mutamenti dovuti alla diffusione della tecnologia, è sicuramente la fotografia. Le macchine fotografiche digitali e, soprattutto, i telefoni cellulari hanno cambiato per sempre la fotografia come espressione artistica e come pratica sociale. Ogni giorno, Internet viene letteralmente inondata di scatti: solo su Facebook ne vengono caricati 200 milioni al giorno. La fotografia di viaggio è forse emblematica di questa rivoluzione: non esiste angolo della Terra che non sia stato immortalato migliaia di volte, con ogni possibile tecnica, luce e punto di vista. Consapevole di questo mutamento, Maria Cristina Madera ha scelto di recuperare il gusto della fotografia turistica riflessiva e solitaria, lontanissima dalla frenesia degli scatti digitali ma allo stesso tempo fresca e naïf. Una passeggiata nel nostro Paese e non solo, tra paesi, città, castelli e giardini, alla ricerca di angoli nascosti, pozzi, stemmi nobiliari, capitelli e altro ancora. Il tutto immortalato in un severo e magistrale bianco e nero analogico. 
La mostra comprende 14 immagini formato 50x60 stampate ai sali d’argento.
Maria Cristina Madera nasce a Roma nel 1972. Intraprende giovanissima lo studio della pittura sotto la guida del Maestro Francesco Vaglica. L'incontro con il fotografo Riccardo Guglielmin nel 1997 le consente di approfondire lo studio delle tecniche fotografiche, in particolare del ritratto. Nel 2002 ai ''Gay Games'' d’Australia è fotografa ufficiale della squadra italiana di nuoto, per la quale realizza tre calendari annuali. Si specializza inoltre nella fotografia di scena, in ambito teatrale e cinematografico, e prosegue lo studio del ritratto. Nel 2006 realizza delle immagini per un musical in collaborazione con la coreografa australiana Leah Howard. Nel 2007 riscuote grande successo di pubblico e critica la sua personale fotografica “Sospesi tra Caos e Pace” presso la Locanda Atlantide di Roma. la passione per la fotografia sportiva la fa approdare negli ultimi anni al rugby, sport del quale è grande appassionata, arrivando all'ultimo Torneo “Sei Nazioni”, fino ad accostarsi alla Gyrokinesis, una disciplina che unisce danza, yoga e Tai Chi. Per le sue opere predilige il bianco e nero per lasciare spazio all'immaginazione cromatica e indurre l'osservatore ad una fruizione dell'immagine totalmente personale.

Anthony Caronia

Afro-Cuba, Personale Fotografica di Anthony Caronia

Afro-Cuba nasce da quattro anni di ricerca e di documentazione fotografica del mondo misterioso e magico della religione afro-cubana. Questa religione, meglio conosciuta come Santeria, nasce dal sincretismo di elementi della religione cattolica con altri della tradizione africana, in particolare del Congo e della Nigeria. Lo spiritismo, per il quale la Santeria è famosa, non ha alcun collegamento diretto con l'Africa, ed è invece di probabile derivazione cattolica.  

Lo scopo di questo progetto era quello di documentare con attenzione e rispetto questa religione complessa, con il suo vasto cerimoniale e il suo peculiare folklore. Una finestra su un mondo magico, un mondo dove gli spiriti africani manifestano la propria presenza nella vita quotidiana di Cuba. 

La mostra si compone di 18 immagini bianco e nero formato 40x50.

Anthony Caronia è nato a Roma nel 1968. Ha vissuto tra Malta, Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti, Cuba e Messico, per poi stabilirsi in Brasile. Comincia la sua esperienza fotografica documentando la modernizzazione della cultura beduina nel deserto del Qatar. Nei suoi viaggi ha svolto numerosi reportage su popoli e culture. Ha pubblicato i volumi "Costiera amalfitana" (1993) e “Playa del Alma” (2005). Il suo sito web è www.anthonycaronia.net. 

Ernesto Notarantonio

La Forma della Luce, Personale Fotografica di Ernesto Notarantonio

“L'architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi nella luce” (Le Corbusier).


In mostra dal 6 al 20 maggio 2011 presso la Sala Lapidi del Palazzo Comunale di Velletri.


Piazza Cesare Ottaviano Augusto, 1 - Velletri (Roma).


Vernissage 6 maggio 2011 dalle ore 17:30 alle 20.

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Limbo D'Abruzzo, Personale Fotografica di
Flavia Cortonicchi

Limbo d'Abruzzo - speranze perdute racconta quel “periodo di stasi” della popolazione abruzzese successivo al terremoto del 2009 che va dalla chiusura delle tendopoli all’assegnazione dei M.A.P. In questa fase, alcuni hanno dovuto cercare un luogo alternativo; qualcuno si è “arrangiato” nei container, qualcuno nelle roulotte, qualcun altro è stato ospite di parenti e amici più fortunati. Questa è la storia di alcune di queste persone, della quotidianità del dopo terremoto e dei ricordi delle loro case e dei loro paesi distrutti.

Flavia Cortonicchi nasce a Roma il 28 giugno 1985. Dopo gli studi artistici si diploma nel 2006 presso l’Istituto Europeo di Design di Roma. Nel frattempo espone nella Libreria Fahrenheit di Piazza Campo de’ Fiori a Roma la sua prima personale fotografica “Guardando il Perù: tradizioni e culture”. Inizia poi a collaborare con il Laboratorio Fotografico Corsetti. Dal 2007 a oggi ha lavorato come fotografa di eventi per varie società fra le quali Banca di Roma, Indipendent Ideas, Zètema.

Francesca Romana Guarnaschelli

Prima che Cali il Sipario..., Personale Fotografica di Francesca Romana Guarnaschelli

Il soggetto di Prima che cali il sipario… è una rappresentazione teatrale che nasce in funzione esclusiva dell’obbiettivo fotografico. I personaggi si trovano in scena celati da un velo che impedisce allo spettatore la visione della scena. Tale distacco si vanifica con il desiderio e la volontà di vivere l'evento: così gli attori, dando inizio all'azione, si scoprono personaggi-burattini, inconsapevoli di ciò che li spinge a muoversi e ad agire. Nel corso degli scatti che compongono l'esposizione, grazie al reciproco contatto, prenderanno coscienza della propria individualità e del mondo sociale nel quale sono inseriti, per poi unirsi in una danza liberatoria, dove il corpo diviene mezzo di comprensione del tutto.

Francesca Romana Guarnaschelli è nata a Roma nel 1983. Consegue nel 2006 il diploma di fotografia presso lo IED di Roma. Dal 2007 collabora con il Laboratorio Fotografico Corsetti e lo Studio Fotografico Costantini. Nel 2008 la sua prima mostra fotografica personale è stata esposta nel locale Patos nel quartiere di San Lorenzo e nel locale Modo in vicolo del Fico di Roma. Fotografa ufficiale della prima edizione della Festa dell'Architettura di Roma dal 9 al 13 giugno 2010. Attualmente è dedita a reportage di carattere sociale e alla fotografia di scena musicale.

Ernesto Notarantonio

Visioni Inconsapevoli,  Personale Fotografica di Ernesto Notarantonio

Con Visioni Inconsapevoli il fotografo Ernesto Notarantonio si interroga sul senso stesso della fotografia e sulla possibilità di catturare la realtà e tradurla in immagini. Il fotografo diventa il medium tra la realtà materiale e un mondo altro, parallelo, denso di metafore virtuali che offrono una seconda lettura alle immagini e alle visioni, al di là delle intenzioni e dentro l’inconscio di autore e fruitore.
La mostra è composta di 21 immagini in bianco e nero.

Ernesto Notarantonio nasce a Roma nel 1967, dove tuttora vive e lavora. Dopo la laurea in Ingegneria Chimica all’Università “La Sapienza” di Roma, lavora come sviluppatore web per il portale Caltanet. Dopo il diploma in “Graphic Design e Pubblicità“ presso lo IED sviluppa la passione per la fotografia presso Officine Fotografiche, dove studia sotto la guida di Dario De Dominicis e Dario Coletti. Partecipa all’organizzazione di FotoLeggendo 2008 e 2009, curando in particolare la realizzazione del sito internet, oltre a fornire supporto per l’allestimento delle mostre. Nell’edizione del 2009 partecipa con alcune foto sull’EUR alla collettiva di Officine Fotografiche. Attualmente è impegnato in diversi lavori personali, tra i quali una ricerca su Roma e i suoi quartieri più suggestivi.

Judith Lange

Cartoline: Piccole Storie a 360 gradi, di Judith Lange

Cartoline: piccole storie a 360 gradi è la prima esposizione di arte figurativa proposta dal Laboratorio Fotografico Corsetti. 360 immagini, suddivise in cicli di cinque cartoline, che nascono dal bisogno dell’artista di fissare su carta la memoria della giornata creativa, con le sue piccole storie di fantasia e sentimento. 
Tecnica mista. Inchiostro di china, tempera e matite colorate.
Judith Lange, pittrice, illustratrice e fotografa, vive e lavora a Roma. Dopo gli studi di disegno all’Académie Julian di Parigi, si dedica all’incisione e al disegno a china, per poi sperimentare il colore e la tecnica mista. Molti suoi cicli di pittura sono ispirati a temi letterari e mitologici. Le sue opere sono state esposte in numerose gallerie in Italia e all’estero e fanno parte di collezioni private. La Lange ha inoltre illustrato vari libri e riviste letterarie e pubblicato numerose cartelle di incisioni.     

Alessandro Lanzetta

In Assenza, Personale Fotografica di Alessandro Lanzetta

“Il sacrificio restituisce al mondo sacro ciò che l’uso servile ha degradato.” (Georges Bataille)


In assenza è frutto di una lunga ricerca antropologica e architettonica. Il lavoro di Alessandro Lanzetta si sviluppa dall’osservazione del paesaggio urbano e del suo rapporto con le persone, i suoi abitanti, attraverso i quali la vera natura dei luoghi viene svelata e realizzata. L’autore, fotografo e architetto, si è mosso alla ricerca di tracce antropiche nel territorio metropolitano e si è soffermato proprio dove l’umano è assente. È l’assenza, infatti, che consente al rimosso di tornare alla luce, come durante una seduta di psicoanalisi. Come sottolineava Bataille, ogni cosa ha un doppio uso, un uso alto, nobile, idealista, formale e un uso basso, informale e a volte disgustoso. È questa seconda natura che è indispensabile, quella che nelle necessità stringenti ha più peso, che trascina l’altra metà nella sua caduta liberatoria. Questa degradazione è come il sacrificio, che attraverso una alterazione allucinata della realtà conduce cruentamente al suo opposto: il Sacro. La mostra è composta di undici immagini b/n e di una immagine a colori.


Alessandro Lanzetta insegna Progettazione architettonica e Progettazione del Paesaggio presso la facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni” dell’Università La Sapienza di Roma. È redattore delle riviste Gomorra-Territori e culture della metropoli contemporanea e del magazine digitale Archphoto.it. Tra le sue mostre fotografiche, Litorali Opachi alla Galleria Studio Lipoli & Lopez e L’Utopia Praticabile.

Simonetta Ramogida

La Magia dei Ponti, Personale Fotografica di  Simonetta Ramogida

Il ponte è molto più di una semplice connessione tra due parti, o un elemento di transito. E' anche più di una piazza sospesa sull'acqua in cui le persone e le auto transitano in una specie di elogio della leggerezza. La magia dei ponti gli restituisce il ruolo di collegamento tra realtà e immaginario, tra passato e futuro. La mostra è un'anteprima di una più ampia esposizione che sarà presentata a febbraio 2009 presso i locali della Banca Sella di via Poli a Roma.
Simonetta Ramogida, nata a Roma, inizia la carriera giornalistica a Prima Comunicazione. Successivamente collabora con l'Agi e l'Ansa fino ad approdare all'Asca, dove da molti anni si occupa prevalentemente di economia e finanza. Parallelamente ha intrapreso un percorso di ricerca artistica nel campo della fotografia. Al suo attivo la mostra Farda tra i profughi del 2001.

Carlo Desideri

Porti in Bianco e Nero, Personale Fotografica di
Carlo Desideri

Il porto è un'immagine carica di simbolismo e suggestioni. Trovarsi sulla punta del molo è un po' come trovarsi sul ponte della nave che s’allontana, ci si sente già altrove, lontani. Chi si gira verso la città retrostante la guarda con distacco e la meraviglia di quanto essa possa apparire ferma e silenziosa. Il porto è una frontiera, che ispira un senso di assenza rispetto alla vita ordinaria, un luogo ambiguo, affacciato su un mondo acquatico e selvaggio. A guardia di questo mondo altro è il faro, che accoglie le navi in arrivo con la sua luce da oltre duemila anni. Un artista sensibile e gentile come Carlo Desideri non poteva rimanere immune al fascino di questi luoghi sospesi e sfuggenti come porte sull'infinito.
Le immagini della mostra sono state scattate tra il 2005 e il 2008 in grandi porti come Palermo, Civitavecchia e, in particolare, Napoli; in porti medi e piccoli come Fiumicino, Formia e Ventotene. 
Un’istallazione luminosa e sonora realizzata per la mostra da Johannes Dimpflmeier accompagna i visitatori nella loro passeggiata virtuale al porto.

Carlo Desideri è nato e vive a Roma. Ha cominciato a fotografare da giovanissimo i paesaggi con persone, sempre prediligendo il bianco e nero. Ha fotografato anche a colori per la danza e per il teatro. Un suo portfolio è stato pubblicato nel 2005 sulla rivista Gente di Fotografia. Sue mostre personali sono state inserite all’interno delle manifestazioni: Fotoleggendo (Roma, 2006); L’arte del sole (Palermo, 2006); Festival Nutrimenti (Terni, 2007). Tre sue immagini sono state selezionate per un’esposizione presso il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma nel 2007 e fanno attualmente parte del patrimonio del Museo. Ha pubblicato il libro Riva (Polyorama Edizioni, 2007), con un testo introduttivo di Silvio Perrella: un viaggio fotografico fatto con lentezza e disincanto lungo le coste dalla Toscana alla Sicilia. 
Attualmente sta lavorando alla realizzazione del libro L’anima sulla strada, dedicato ai luoghi della memoria lungo le strade e nella campagna della provincia di Reggio Calabria. Dedica la sua attività di ricercatore in gran parte alla tutela dell’ambiente e del paesaggio. Ha scritto in particolare di conservazione della natura e parchi naturali, di inquinamento dell’aria, di emergenze ambientali.

Johannes Dimpflmeier, nato a Roma da genitori tedeschi, ha studiato design ed elettronica. E’ un artista eclettico che lavora con materiali naturali e con il computer, crea sculture cinetiche di grandi e piccole dimensioni, luminose e sonore, costruisce strumenti musicali innovativi, compone suoni e musica. Ha esposto sue opere a Roma, Firenze, L’Aquila, Sorano, Siegen, Oslo, Berna e altre città italiane ed europee. Vive a Tuscania dove ha il proprio studio laboratorio.

Serafim da Silva

PassatoPresente, Personale Fotografica di Serafim da Silva 

Con PassatoPresente, il fotografo portoghese Serafim da Silva ha voluto ripercorrere le strade del borgo abruzzese di Scanno, già calpestate da illustri predecessori come Cartier-Bresson, per raccontarci il suo stupore di fronte a un microcosmo che vive di sospensione e ambiguità. A Scanno il passato rivive quotidianamente nel presente, grazie a uno spazio architettonico pressoche' intatto e alle donne del paese, che vestono ancora i caratteristici abiti tradizionali di lana nera. Da Silva affida alla macchina fotografica il compito di esplorare ed esplicitare questo fluire del passato nel presente, consentendo alle sue immagini di assumere nuove capacità espressive, razionali ed emotive insieme.

La mostra, composta da sedici immagini in bianco e nero, sarà visitabile fino al 15 febbraio 2008.

Serafim dos Anjos Sousa da Silva nasce in Portogallo nel 1963. Dopo il diploma in Arti Visive, svolge l'attività di ritrattista fotografico in tutta Europa, fino ad approdare nel nostro Paese nel 1986. Qui, come fotografo free-lance, lavora su commissione sia per privati che per riviste. Ricercatore infaticabile della fotografia antropologica, si dedica alla ricerca visiva dell'uomo, dei suoi costumi e mestieri. PassatoPresente e' la sua prima personale in Italia.

Massimo Cappellani

Dalla Terra, Danza-solo per Fotografia, Personale Fotografica di Massimo Cappellani

Il Laboratorio fotografico Corsetti di Roma, che rappresenta la naturale prosecuzione del Laboratorio Fotografico Bassi e Corsetti, fondato nel 1971, punto di riferimento per i professionisti italiani e stranieri, ospita un promettente percorso espositivo di Massimo Cappellani
Classe '67 con l’irrefrenabile passione per la fotografia, di lavoro fa ben altro, Cappellani ha perfezionato gli aspetti tecnici con un corso di specializzazione annuale presso lo I.E.D. di Roma. Da allora si dedica in particolare a immortalare la danza, attratto dal paradossale rapporto tra il movimento del corpo nello spazio e il movimento emozionale che l’obiettivo può estrarre da esso, e al fotoreportage, in particolare su temi sociali e sul rapporto tra uomo e territorio. 
Questa mostra, visitabile fino al 14 gennaio, dal titolo "Dalla terra. Danza-solo per fotografia" arriva dopo essere stato fotografo di scena della Compagnia Balletto di Sardegna per lo spettacolo City Time e autore con lo spettacolo di danza-teatro "Al Suono dei Pensieri," curando la fotografia e il disegno luci. L’interessamento di Cappellani è tutto concentrato sul confronto tra danza e fotografia, se la prima è l’arte dell’irrappresentabile, della forma che non rimane la seconda, al contrario, ha a che fare con la forma rappresentabile, con la riproducibilità di ciò che è stato. Sempre ripetibile.
 Il progetto qui esposto è la prima fase di una lunga ricerca: quella di un linguaggio artistico nuovo nel quale il gesto si faccia immagine e la fotografia si faccia performance, consentendo così una confluenza di scritture: foto-grafia/coreo-grafia. In questo incrocio i luoghi visivi raccontano la storia del corpo e ne raccolgono il pensiero. Un terreno artistico nel quale le dimensioni percettive del tempo e dello spazio, del moto e della quiete si sopravanzano ed ogni immagine è sganciata dal prima e dal poi, vivendo in sé in una successione emotiva piuttosto che seriale. L’opera fulminea di questo progetto è l’assolo fotografico “Dalla terra”, in collaborazione con la danzatrice Katia Di Rienzo.